Un Bacio, intervista in esclusiva ad Ivan Cotroneo

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In sala a partire dal 31 marzo prossimo con distribuzione Lucky Red, Un Bacio di Ivan Cotroneo è uno di quei film ‘necessari’ a cui l’Italia di oggi, ancora accartocciata nella propria omofobia, non può e non deve voltar la schiena. Genuinamente imperfetto e stilisticamente coraggioso nell’incrociare una strada ‘volutamente’ pop perché indirizzato ad un pubblico adolescenziale cresciuto a pane e social, il titolo di Cotroneo pennella l’esistenza apparentemente tragica di tre ‘esclusi’, tre emarginati dalla propria scuola friulana perché ‘diversi’ da quel che la società tutta considera ‘normalità‘.
Antonio, Blu e Lorenzo, ovvero uno sportivo taciturno, un ragazzino fieramente omosessuale e una sedicenne dalla malsana reputazione. Tre identità che si incrociano tra i banchi di un istituto di provincia, alla disperata ricerca di quella felicità liceale incredibilmente frenata da un miserabile bullismo di fondo, ancora oggi quanto mai attuale. E dai risvolti spesso drammatici.
A parlarne con ArcobaMedia Ivan Cotroneo, regista e sceneggiatore del film.

IvanCotroneoImpossibile non partire con la domanda più scontata, ovvero quanto c’è di autobiografico in questa storia. Anche tu hai vissuto un’adolescenza complicata a causa dell’omofobia oppure sei stato ispirato da altro, vedi quei fatti di cronaca che purtroppo sempre più spesso finiscono sulle prime pagine dei giornali.

‘E’ molto strano perché non c’è niente di direttamente autobiografico, nel senso che non sono mai stato bullizzato da ragazzo. Ho avuto le scuole medie un po’ faticose, un liceo in cui siccome non crescevo mai ed ero il più basso della scuola e questo mi creava un po’ di problemi. Però insomma ero un adolescente silenzioso ma non ho mai subito violenza. Però ho sentito da subito per questo film, quando era ancora racconto, un’urgenza che è difficile da spiegare, che riguarda sicuramente il momento storico che stiamo vivendo, il paragone con cui ho vissuto gli anni ’70 da bimbo e gli anni ’80 da adolescente, e la violenza con cui oggi imponiamo degli schermi di comportamento e degli schemi che riguardano l’identità dei ragazzi che sono ancora in formazione. Forse dipende dal fatto che non ho figli o dalla responsabilità di avere una serenità rispetto al mio orientamento sessuale, e quindi mi preoccupo di persone che sono in via di definizione e che ricevono messaggi terrificanti. E’ un’urgenza che non viene da fatti personali ma è come se lo fosse. Quando vedo una piazza con 100.000 persone che reggono dei foglietti con due sagome maschili e femminili in coppia e sotto c’è scritto ‘sbagliato’. Io ho 48 anni, sono gay e sereno per il mio orientamento sessuale e la cosa non mi turba, ma se fossi un ragazzo di 14-15 anni, che vuole capire chi sia veramente, mi chiedo quanto possa essere nefasto un comportamento del genere. La violenza verso cui viene spinto Antonio, nel film, nasce proprio dalla paura. Antonio è ad un livello tale dall’aver paura di prendere anche solo in considerazione l’ipotesi che gli possa piacere un ragazzo dello stesso sesso’.

– ed è qui che subentra l’omofobia interiorizzata, che si annida ancora oggi in tanti, troppi connazionali e che si ritaglia uno spazio importante all’interno di Un Bacio.

‘Esatto, ma purtroppo non possiamo farne una colpa per dei ragazzini di 16 anni che ricevono messaggi simili dagli adulti, non credo che si nasca omofobi o sessisti. I messaggi vengono da fuori’.

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– non a caso potremmo chiamarlo ‘circolo vizioso’, tanto da far fatica ad uscirne, tra riscontri politici e scolastici. Tu rappresenti anche una visione medievale dal punto di vista puramente educativo, all’interno del film, attraverso gli abiti di una professoressa visibilmente omofoba’.

‘Professoresse che esistono, purtroppo. Ma i personaggi degli adulti sono molto diversi, tra di loro, tant’è che c’è un padre che difende il figlio proprio da questa professoressa, pretendendo che venga chiamato per nome’.

– splendida scena del film, questa, in cui il padre di Lorenzo bacchetta pubblicamente proprio la professoressa sottolineando come il figlio debba essere accettato dai compagni, e non ‘tollerato’.

‘Concetto che ho voluto rimarcare perché ‘tolleranza’ è una parola che non mi piace, è una delle parole più schifose, nella mia Top5, forse un pelo sotto ‘normalità’, che onestamente mi disgusta’.

– nel disegnare i lineamenti di Lorenzo hai abbondantemente preso a piene mani dai luoghi comuni più disparati, estremizzando così una realtà che non è altro se non la diversità vista dagli occhi altrui. Come mai questa scelta così netta, che come puoi ben immaginare farà storcere la bocca a molti.

‘Intanto Lorenzo non rappresenta tutti, rappresenta se stesso. Lorenzo è un ragazzino adottato e già rifiutato da una famiglia proprio a causa del suo essere esuberante e dichiaratamente omosessuale. Vive in un mondo fantastico e pop, i cui riferimenti sono Glee e Lady Gaga. Un mondo a cui lui si appella quando viene discriminato. Questo per me è Lorenzo e può essere che anche questo sia un cliché, ma ho voluto evitare un altro tipo di cliché insieme a Monica Ravetta, che ha scritto con me il film, ovvero il cliché del ragazzino sensibile che ha paura di manifestare il proprio orientamento sessuale. Volevo un ragazzo diverso, forte, a me Lorenzo piace molto. Non so quanto sia cliché quello che a mio avviso è un elemento caratteriale molto forte. C’è una scena del film in cui Blu chiede lui come faccia a resistere a questi anni così duri e Lorenzo le fa vedere una pagina Internet realmente esistente in cui ci sono i necrologi dei teenagers che si sono ammazzati in tutto il mondo. A quel punto lui le dice ‘io non la faccio la fine loro, non mi ammazzo, non l’avranno vinta, sono più forte di loro’. Ecco, mi piacerebbe se questo fosse un cliché, ma non lo è’.

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– Un Bacio ha già girato diverse scuole, con proiezioni in anteprima pensate solo per gli studenti. Quali sono state le reazioni?

‘Sono state molto interessanti, mi hanno sorpreso. Intanto la reazione che mi ha confortato molto è quella che i ragazzi hanno creduto alla storia e al mondo rappresentato. Una cosa che mi ha fatto molto piacere, perché io dovevo parlare a loro. Fare un film per la mia generazione che dicesse quanto è terribile il bullismo sarebbe stato limitato. Ho così cercato di parlare con loro, in modo che ci si potessero riconoscere ,e poi il film ha una forza, un potere. Alla fine della proiezione molti ragazzi hanno iniziato a raccontarsi. Per ora ho girato 5 città, e in due di queste 5 città ci son stati dei coming out pubblici davanti a tutti quanti. Fatti anche con molta naturalezza, anche dinanzi a compagni di scuole diverse. Sentire delle ragazze raccontare le proprie esperienze mi ha fatto enormemente piacere. C’è stato poi un ragazzo di Genova che alla scena del bacio tra Lorenzo e Antonio aveva urlato in sala, perché si era sentito imbarazzato da quella rappresentazione. Ha 15 anni. Poi al termine della proiezione ha raccontato tutto questo, come si fosse sentito imbarazzato per poi capire che quel che succede nella testa di Antonio alla fine del film succede perché Antonio sa che tornando a scuola troverà persone come lui, e questo l’ha fatto vergognare. Io sono molto orgoglioso di questa reazione’.

– è mai possibile che un bacio ancora oggi possa fare così paura?

‘In proiezione questa mattina ci son stati dei ‘noooo’, durante il bacio. Credo anche io che sia davvero assurdo. Ti racconto un’esperienza da sceneggiatore, per la serie Una grande Famiglia, su Rai 1. Uno dei personaggi era un ragazzino 18enne gay e alla 5° puntata questo ragazzo trova l’amore e lo esprime come tutte le persone al mondo, al di là dell’orientamento sessuale, ovvero tramite un bacio. Ebbene due giorni dopo mi sono ritrovato una recensione su l’Avvenire in cui mi chiedevano se fosse davvero necessario quel bacio. Allora la risposta è, io non lo consideravo necessario prima, nel senso che ho fatto la cosa più banale che fa uno sceneggiatore quando deve raccontare l’amore tra due persone. Ma l’ho capito dopo, che è stato necessario, perché se me lo vieni a chiedere tutto cambia. Perché è tollerabile e accettabile un bacio etero e non un bacio tra due persone dello stesso sesso?’.

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– tu sei a tutti gli effetti il testimonial perfetto di Arcobamedia, perché pubblichi romanzi, fai televisione e cinema, sia in qualità di sceneggiatore che di regista, e lo fai senza mai dimenticare quel mondo glbtq che grazie proprio ad una rappresentazione mediatica sempre più vibrante ha contribuito alla sua ‘normalizzazione’ sociale. Basterebbe pensare a quanto fatto da Modern Family negli States, per fare un esempio. Credi che tutto ciò sia attuabile anche in Italia? O si sta già verificando, grazie anche ad autori come te.

‘Ma non so se stia avvenendo grazie ad autori come me, però credo di sì, che stia avvenendo. Questa cosa per me è un impegno che va al di la’ del mio orientamento sessuale, nel senso che è un impegno che accade anche perché non vedo questo personaggi raccontati, altrimenti. Se ci fossero registi e/o sceneggiatori che lo fanno mi dedicherei anche ad altro. Però di recente in un film di grande successo come Perfetti Sconosciuti c’è un personaggio gay raccontato in relazione alla compagnia di amici etero che spiazza. Ecco sono stato molto contento di quel film, e non solo perché è un bel film, ben scritto, diretto e interpretato, ma anche perché c’è un regista etero, che già in Tutti pazzi di Freud aveva affrontato l’argomento dell’omosessualità femminile, che ha raccontato con particolare felicità il perché in un gruppo di persone persino adulte un uomo gay può avere difficoltà nel dirlo ai suoi amici. E l’ha fatto bene. Questo è il segnale che delle cose stanno cambiando, faccio mia quella risposta che ho più volte sentito dare da Ferzan Ozpetek, che si infuria quando gli chiedono come mai infili dentro ai suoi film personaggi gay. E allora lui dice ‘perché non andate a chiedere agli altri registi perché nei loro film non ce ne sono’. Ecco, come visto in Perfetti Sconosciuti questa cosa sta finalmente entrando nel tessuto sociale. Perché io voglio essere rappresentato come son rappresentati gli altri, perché le persone non rappresentate dal punto di vista mediatico sono inesistenti. E questo è un problema. Quando in Tutti pazzi per Amore abbiamo inserito un personaggio sieropositivo, eterosessuale e con una vita assolutamente ‘normale’ e anche sessualmente attiva, allontanandoci così dalla solita visione del sieropositivo gay e morente, siamo stati sommersi dalle mail di persone sieropositive che si son sentite rappresentate e confortate da questa rappresentazione. Se è vero che viviamo nella società dell’immagine è anche vero che chi fa questa società dell’immagine si deve assumere delle responsabilità nella sua rappresentazione, perché non è tanto un problema di inclusione ma è un atto politico anche l’escludere dalla rappresentazione certi soggetti’.