GAYCATION di Ellen Page, qualcuno porti in Italia la stupenda docu-serie sulla cultura glbtq

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Certo, c’è ancora molta strada da fare, è davvero davvero ovvio. Sembra proprio che ci sia bisogno di questo enorme cambiamento sociale e io sono fiduciosa del fatto che avverrà. Ed è grazie ai giovani che stanno superando questa cosa.
E tutta questa polemica e retorica politica scompariranno. E se i politici non le faranno scomparire saranno loro a uscire di scena.
Ci si potrebbe scoraggiare dopo quel che abbiamo visto, ma si ha davvero la sensazione che l’amore vincerà‘.

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Con queste parole Ellen Page ha concluso il suo straordinario debutto televisivo con GayCation, docu-serie da lei scritta e prodotta.
Un autentico gioiello che ha visto l’ex Juno cinematografica, lesbica dichiarata da un paio d’anni e di fatto attivista glbtq a tempo pieno, girare il mondo al fianco dell’amico gay Ian Daniel per esplorare le culture LGBTQ a noi più distanti.
4 puntate appena prodotte e on line con VICELAND che ci hanno condotto in Giappone, Brasile e Jamaica, per poi tornare in quegli States in cui un candidato repubblicano alla Casa Bianca, Ted Cruz, si dichiara orgogliosamente omofobo. Il viaggio della Page ha infatti mostrato non solo quegli angoli ‘esplicitamente’ gay dei Paesi incrociati ma anche, se non soprattutto, i lati oscuri legati alla discriminazione. Lampante, terrificante, e ancora oggi dannatamente presente.
Dal poliziotto brasiliano che si vanta di aver ucciso non si sa quanti omosessuali ai cantanti giamaicani che giustificano l’utilizzo di testi transomofobi nelle loro canzoni, passando per la repressione giapponese e il bigottismo americano che ancora prende piede nelle piccole città e negli Stati a maggioranza repubblicana.
La Page, più volte commossa nell’ascoltare drammatiche storie legate alla discriminazione, si è qui trasformata in giornalista d’inchiesta, intervistando politici e rappresentanti religiosi, visitando favelas di transgender senza fissa dimora e documentando commoventi coming out e storici primi pride. Una diva che si è letteralmente ‘spogliata’, mettendoci la faccia in prima persona, rivendicando con passione e forza il coraggio avuto nel gettare la maschera e la svolta che quel gesto ha dato alla sua esistenza.
Una prima stagione non solo culturalmente pregna di interesse ma dal punto di vista giornalistico quanto mai sconvolgente, nel dare risalto ad una realtà che raramente trova spazio nei quotidiani o nei telegiornali. L’omofobia che non conosce confini, spaziando in lungo e in largo persino in quei Paesi in cui il matrimonio egualitario è legale. Vedi States e Brasile, per l’appunto.
Una serie che meriterebbe una versione tutta italiana, che sia su Vice.com, Netflix o Sky, uscendo così dai limitati confini dello streaming in lingua originale con sottotitoli. Perché GayCation, mai come in questo preciso momento storico, necessita di esser vista dal pubblico più ampio possibile .