120 battiti al minuto, capolavoro LGBT da Oscar – la recensione in anteprima

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Grand Prix all’ultimo Festival di Cannes, 120 battiti al minuto è stato indubbiamente il vincitore morale di una manifestazione che avrebbe dovuto premiare la pellicola di Romin Campillo con una più che meritata Palma d’Oro. Il 55enne regista, sceneggiatore e montatore francese, gay dichiarato, potrà ora ambire a ben altro, ovvero a quell’Oscar come miglior film straniero che la Francia, incredibile ma vero, non vince da 25 anni.
120 battiti al minuto, insieme al cileno Una donna Fantastica di Sebastián Lelio, è infatti il vero favorito nella corsa Academy, con i cinema d’Italia che potranno ammirarlo dal 5 ottobre, grazie a Teodora, spesasi in un tour da nord a sud del Paese con regista e attore protagonista, tra anteprime affollate, lacrime di commozione e sentiti applausi.
Un film molto personale, quello scritto e diretto da Campillo, nei primi anni ’90 attivista di Act Up-Paris, associazione pronta tutto pur di rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS che mieteva innumerevoli vittime nell’indifferenza generale.
La pellicola ripercorre quegli anni di terrore e sangue, di menzogne e diffamazione, seguendo il giovane Nathan, omosessuale sieronegativo, che si interessa alla lotta di questi ragazzi malati, lasciati letteralmente a morire.
Nathan si innamora di Sean, uno dei militanti più radicali del movimento, malato di Aids e in rotta con il capo di Act Up-Paris, accusato di puntare esageratamente alla visibilità mediatica, più che alla concretezza medica e politica.
Ciò che sbalordisce ed emoziona, in 120 battiti al minuto, è la vitalità sprigionata dai suoi straordinari giovani protagonisti, costretti a dover affrontare l’imminente decesso.
Perché nei primi anni ’90 essere sieropositivi era una sentenza di morte.

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25 anni dopo Philadelphia di Jonathan Demme, il cinema torna ad occuparsi di HIV ed AIDS con toni drammatici e volutamente espliciti, sconvolgendo le corde emozionali tra lunghi meeting organizzativi e storie di vita privata, tra blitz di protesta e notti in discoteca, palpitanti scene di sesso e intensi sguardi d’amore.
Campillo, visionario e al tempo stesso classico nella regia di un film che in 145 minuti di durata non perde mai presa con lo spettatore, riporta in vita quell’entusiasmo, quella paura di morire, quella rabbia generazionale, quell’angoscia, quel senso di appartenenza oggi come oggi scomparso, ai tempi della rete che tutto assorbe e riunisce. All’epoca le persone dovevano unirsi fisicamente in uno spazio reale, fronteggiarsi gli uni con gli altri e confrontare le proprie idee, per arrivarne a capo.
Corpi e volti che si deteriorano senza però mai abbandonare la speranza, la voglia di vivere, di amare, di godere.
120 battiti al minuto è un film necessario, perché se l’AIDS non uccide più i sieropositivi sono in costante aumento, a causa di un’informazione sempre più tenera nei confronti dell’argomento e di una malattia che sembrerebbe non fare più spavento.
25/30 anni fa, ovviamente, tutto era diverso, con le istituzioni dotate di manganelli e guanti, perché quasi terrorizzate a toccare quei corpi giovani ma malati.
Armati di cartelli e voce, gli attivisti di Act Up diedero la loro vita, letteralmente, per arrivare ad una maggiore considerazione, a delle risposte, al rispetto e ad una cura, ancora oggi mancante.
Campillo, che ha voluto quasi tutti attori gay per dare ulteriore credibilità ai propri personaggi, ha pescato dal mazzo il 31enne Nahuel Pérez Biscayart, eccezionale nel dare forza al declino fisico di un adolescente furioso per una morte ingiusta ma inevitabile, e il 33enne Arnaud Valois, bellissimo ex modello non a caso lanciatissimo in patria, perché recitativamente parlando ipnotico e capace.  Un’opera intensa, sconvolgente, bellissima, che  entra sotto pelle suscitando ammirazione nei confronti di generazioni che sputarono sangue, letteralmente, per sopravvivere all’omofobia, all’odio, all’ignoranza, ad un destino maledetto da cui un tempo era quasi impossibile sfuggire.